Fibrillazione atriale: cos’è e perché è importante intervenire precocemente

Fibrillazione atriale: cos’è e perché è importante intervenire precocemente

La fibrillazione atriale è un’aritmia cardiaca con battiti irregolari e spesso accelerati. Si verifica quando l’attivazione elettrica del cuore diventa “disordinata” a livello degli atri, le camere superiori del cuore.

I sintomi più comuni includono palpitazioni (sensazione di battito irregolare o accelerato), stanchezza e affaticamento, difficoltà respiratoria (dispnea), edemi (gonfiore agli arti inferiori, soprattutto alle caviglie), anche se, in alcuni casi, può essere asintomatica e venire diagnosticata solo per le sue complicanze.

Il Dott. Vincenzo Signorile, cardiologo presso Santa Maria Hospital, a Bari, ha approfondito un caso di diagnosi e trattamento di fibrillazione atriale, problematica di cui, secondo i dati raccolti dal CNR, soffre la popolazione anziana del nostro paese con una frequenza dell’8,1%.


La fibrillazione atriale: forme e fattori di rischio

La fibrillazione atriale può presentarsi in tre forme:
  • parossistica, si manifesta in episodi di durata variabile, anche di pochi minuti, e può risolversi spontaneamente;
  • persistente, quando dura oltre 7 giorni e spesso richiede un intervento terapeutico per essere interrotta;
  • permanente, diventa cronica e il ritmo irregolare è sempre presente nel tempo.

La fibrillazione atriale è pericolosa in quanto favorisce il ristagno di sangue negli atri del cuore, creando condizioni ideali per la formazione di coaguli. Se questi entrano in circolo, possono provocare un’ischemia, tra cui il grave ictus ischemico. Inoltre, la fibrillazione atriale può causare scompenso cardiaco, una condizione nella quale il cuore è incapace di pompare sangue in modo efficace nell’organismo.

Non esiste un unico fattore scatenante, ma diversi fattori possono favorirne l’insorgenza e la persistenza: età avanzata, ipertensione arteriosa, diabete mellito, cardiopatia ischemica, obesità e sedentarietà (rendono anche più problematico il trattamento), consumo di alcol e bevande eccitanti.
 

Gestione e trattamento

Il trattamento prevede principalmente l’assunzione di farmaci anticoagulanti per prevenire la formazione di coaguli. Dopo la diagnosi, è possibile pensare al controllo della frequenza cardiaca con farmaci specifici e a strategie di ripristino del ritmo cardiaco, come la cardioversione elettrica o farmacologica.


Il caso clinico

Presso il reparto di Cardiologia di Santa Maria Hospital a Bari, è stata trattata una paziente di 67 anni, ipertesa e senza precedenti cardiologici rilevanti. Ha programmato una visita cardiologica perché accusava stanchezza e affanno da circa due settimane, difficoltà a dormire supina per la sensazione di “fame d’aria” e gonfiore alle caviglie da circa 10 giorni.


Diagnosi

All’elettrocardiogramma è stata riscontrata una fibrillazione atriale con frequenza elevata (circa 150 battiti al minuto). L’ecocardiogramma ha evidenziato una grave compromissione della forza contrattile del cuore.


Trattamento

Dopo una terapia farmacologica mirata durata circa 3 settimane, è stata effettuata una cardioversione elettrica, ovvero il ripristino del ritmo cardiaco normale tramite una scarica elettrica erogata da un defibrillatore.


Risultati

Un mese dopo, la paziente presentava una completa regressione dei sintomi, il ritmo era tornato sinusale (normale, fisiologico) e la funzione cardiaca era completamente recuperata. La terapia farmacologica con l’anticoagulante deve proseguire, anche se l’aritmia non è più presente, perché la fibrillazione atriale può comunque aumentare il rischio di ictus, nonostante sia “silente” e non si manifesti clinicamente, ed è opportuno programmare annualmente una visita di controllo con lo specialista.

Questo caso clinico illustra una condizione chiamata tachicardiomiopatia, in cui la fibrillazione atriale e l’elevata frequenza cardiaca compromettono la funzione del cuore spesso in modo grave, ma eventualmente reversibile. 

La fibrillazione atriale è una patologia comune, ma potenzialmente pericolosa, soprattutto se non diagnosticata e trattata in modo adeguato. Una gestione corretta permette di ridurre i rischi, migliorare la qualità di vita del paziente e ridurre l’insorgenza di complicanze.
 

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