Si tratta dell'aritmia di più comune riscotro e si verifica quando la parete dell'atrio non si contrae più in maniera efficace.
La fibrillazione atriale è l’aritmia cardiaca di più comune riscontro. È causata dalla perdita dell’attività elettrica coordinata del muscolo cardiaco atriale (formato da atri, la parte superiore del cuore che gestisce la frequenza cardiaca, e ventricoli, la parte inferiore del cuore con funzione di pompa meccanica).
“Per fare un esempio, se l’impulso nasce da A, poi procede verso B, poi a C, D e così via, finendo a Z e iniziando di nuovo da A”, spiega il Dott. Tommaso Infusino, specialista in Cardiologia ed Elettrofisiologia presso Santa Maria Hospital, a Bari, a cui abbiamo chiesto di più su questa patologia. “Nella fibrillazione, l’impulso nasce da D, va verso C, poi torna verso E, salta a G e H contemporaneamente ecc. Il risultato è che le parete dell’atrio non si contrae più in maniera efficace, ma rimane in uno stato detto appunto ‘fibrillatorio’, trasferendo questo ritmo caotico ai ventricoli con frequenza in genere oltre i 100 battiti a riposo”.
Le forme di fibrillazione atriale
Si riconoscono 3 forme cliniche di fibrillazione atriale:
- Parossistica, a cadenza variabile da settimanale a mensile o anche a uno/due episodi l’anno, con durata che può andare da poche ore a 5-7 giorni;
- Persistente, una volta insorta non si interrompe spontaneamente se non con l’intervento del medico;
- Cronica/permanente, dura per tutta la vita.
Cause ed eventuali fattori predisponenti
L’invecchiamento è la prima causa, il 5% dei soggetti ultraottantenni ne è affetto. Spesso accompagna le varie cardiopatie, come quella ischemica con pregresso infarto, le miocarditi virali, le forme familiari (cardiomiopatia ipertrofica e la dilatativa) e le forme congenite sottoposte a interventi chirurgici correttivi in età pediatrica. Inoltre, si possono riscontrare anche nelle cardiopatie ereditarie come la sindrome di Brugada. In casi limitati, si verifica anche in soggetti “sani”, spesso sportivi ad alta intensità (che praticano ciclismo, corsa, nuoto, calcio ecc).
Altre volte si associa a patologie extracardiache come quelle polmonari e la sindrome delle apnee notturne, così come a patologie ormonali (tiroidee) e a intossicazioni da abuso alcolico o di eccitanti.
Quali sono i sintomi
Nel 50% dei soggetti decorre in maniera del tutto asintomatica. Quando percepita, viene generalmente riferita come un battito irregolare detto cardiopalmo o palpitazione, uno sfarfallio a livello del cuore e dello stomaco, senso di vertigini e di testa vuota, malessere e stato di agitazione e irritabilità, affanno e disagio nel respiro. Spesso a esordio notturno o dopo un pasto abbondante, si accompagna alla necessità, almeno nelle prime ore, di urinare frequentemente.
La stessa aritmia, in base alla presenza di un eventuale cardiopatia, può avere un decorso clinico più severo, con affanno e dolore toracico che richiede l’accesso al pronto soccorso.
Come viene diagnosticata
La diagnosi è elettrocardiografica, preferibilmente mediante un elettrocardiogramma a dodici derivazioni o un Holter ECG delle 24 ore refertati dal medico. Le diagnosi derivate dai sistemi di rilevazione domiciliare del ritmo dotati di refertazione automatica, come alcuni smartwatch o altri sistemi dedicati, devono sempre essere confermate dal medico.
È buona norma, anche per il soggetto sano, l’autopalpazione del polso, soprattutto oltre i 65 anni; in caso di battiti aritmici, si pone il sospetto di aritmia cardiaca che deve essere approfondito da alcuni accertamenti diagnostici mediante i sistemi sopracitati.
Come si tratta la fibrillazione atriale
La terapia è altamente personalizzata e viene definita, dopo la diagnosi, dal medico specialista.
1. Farmaci anticoagulanti per la prevenzione degli eventi trombo-embolici
La fibrillazione atriale paralizza le pareti atriali. Questo comporta ristagno di sangue con potenziale formazione di trombi che potrebbero essere immessi nel circolo ematico e andare a occludere i vasi di altri organi, più spesso quelli cerebrali, causando l’ictus.
Perché questo succeda devono essere presenti i fattori di rischio considerati nello score CHA2DS2VASc (C = insufficienza cardiaca; H = ipertensione arteriosa; A2 = età oltre 75 anni; D = diabete mellito; S = ictus cerebri; V = malattia vascolare e/o coronarica; A = età > 65 anni; S = sesso femminile).
Negli uomini il punteggio maggiore o uguale a 2 e nelle donne a maggiore o uguale a 3 rappresenta la necessità di iniziare la terapia anticoagulante orale, in genere da assumere per tutta la vita (quattro i farmaci presenti in commercio, Pradaxa, Eliquis, Lixiana, Xarelto), e gli antagonisti della vitamina K (warfarin, acenocumarolo). A volte, si richiede un trattamento più breve e si opta per le eparine a basso peso molecolare da somministrare mediante puntura sottocutanea.
2. I farmaci antiaritmici per far passare l’aritmia o impedirle di tornare.
3. I farmaci per il controllo della frequenza che evitano di raggiungere frequenze troppo elevate.
Queste ultime due terapie hanno diversi ruoli nel trattamento delle varie forme cliniche di fibrillazione atriale.
- Nella forma parossistica: si assumono al bisogno (trattamento detto “pill in the pocket”) solamente in caso di recidiva dell’aritmia.
- Nella forma persistente: dopo il ripristino del ritmo normale mediante cardioversione elettrica, si assumono tutti i giorni per evitare la recidiva della fibrillazione atriale.
- Nella forma cronica permanente: per il controllo della frequenza cardiaca, da assumere tutti i giorni.
4. La cardioversione elettrica
Nella forma persistente, mediante ricovero in day hospital, previo ecocardiogramma transesofageo che esclude la presenza di trombi nell’atrio sinistro, si effettua col supporto dell’anestesista con shock esterno erogato sul torace da due piastre collegate al defibrillatore esterno. Questa procedura presenta nella quasi totalità dei casi il ripristino del ritmo sinusale, ma non incide su eventuali recidive per cui successivamente si consiglia un trattamento farmacologico antiaritmico.
5. L’ablazione
Qualora l’aritmia non risponda a nessun trattamento, o se il trattamento è poco tollerato o il soggetto è giovane e non vuole assumere farmaci per tutta la vita, si propone il trattamento ablativo. L’ablazione prevede la rimozione/distruzione del tessuto malato preservando il tessuto sano circostante e, nella fibrillazione atriale, il target generalmente è la deconnessione elettrica dell’atrio sinistro dalle vene polmonari. Si effettua mediante diverse forme di energia: da quella termica (sia calda che fredda) a quella laser al più recente trattamento con campi elettrici pulsati.
La procedura si effettua in regime di degenza della durata di circa 2 notti, l’accesso è a livello inguinale, la convalescenza è breve con basso impatto dolorifico e nell’arco di 5 giorni si torna al normale ritmo di vita. Il successo varia in base alle diverse forme di aritmie: dal 90% nelle forme parossistiche a cuore sano al 50% nelle forme persistenti associate ad altra cardiopatia. Complicanze maggiori sono rare, circa 1-2%, e richiedono il prolungamento della degenza.
6. L’impianto di pacemaker/defibrillatore e ablazione del nodo atrio-ventricolare
Quando l’aritmia non risponde a nessun trattamento e diventa permanente, spesso nei soggetti anziani cardiopatici con altre patologie associate si sviluppano complicanze legate alla frequenza cardiaca costantemente elevata come l’insufficienza cardiaca. In questi casi, si propone l’impianto di uno stimolatore cardiaco e l’ablazione della giunzione tra gli atri e i ventricoli, liberando il paziente dalle frequenze elevate e gestendo la frequenza cardiaca mediante il pacemaker.