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La Cardiochirurgia negli ottuagenari è associata a tassi di sopravvivenza significativamente migliori rispetto a quanto si registri con il solo trattamento medico. Il rischio operatorio risulta solo del 2% negli ultra-ottantenni coronaropatici operati in regime di elezione. La mortalità ospedaliera e l’incidenza di complicanze post-operatorie, inoltre, non risultano aumentate rispetto al resto della popolazione. Tutto questo va attribuito al miglioramento sia delle tecniche intraoperatorie di protezione miocardica che della gestione globale (rianimatoria, farmacologia, infermieristica) post-operatoria. Questi dati evidentemente compensano abbondantemente l’incremento dei costi ospedalieri che pazienti tanto complessi richiedono (+ 26 % secondo fonti statunitensi del 2001).
Il consolidamento a lungo termine di tali buoni risultati è però direttamente proporzionale ad un buon livello della qualità di vita e di soddisfazione per l’intervento subito. Tutto questo dipende da un approccio interdisciplinare e multi-dimensionale, con una attenta interazione tra diverse figure professionali (medico di base, medici specialisti, operatori dei servizi sociali delle ASL). Le strutture sanitarie, pertanto, devono organizzare importanti strategie e sforzi organizzativi che colleghino in maniera razionale e funzionale l’intervento chirurgico alla degenza e, non meno, alla delicata fase di riabilitazione successiva. Al fine di estendere i benefici dei trattamenti riabilitativi ad una più vasta popolazione anziana appare necessario promuovere approcci flessibili ed individualizzati. Soprattutto la riabilitazione domiciliare sembra essere dotata del miglior rapporto costo/efficacia nei pazienti ultra-ottantenni. A fronte di un’efficacia sulla tolleranza all’esercizio solo lievemente inferiore rispetto a pazienti meno anziani, il miglioramento della qualità di vita (Sickness Impact Profile) è nettamente più evidente.
I risultati clinici della nostra esperienza sono stati decisamente incoraggianti e gratificanti per quanto riguarda la mortalità, la comparsa di complicanze maggiori, la tolleranza agli sforzi fisici e, a distanza, la libertà da re-interenti (99%) o da re-ospedalizzazioni (69,8%). Tutti questi parametri, infatti, non risultano essere significativamente diversi rispetto al resto della popolazione.
Possiamo pertanto concludere che, in questa specifica popolazione di pazienti cardiochirurgici, un approccio multidimensionale garantisce innanzitutto eccellenti risultati clinici, ma anche una più che soddisfacente qualità di vita. |